DAL PODGORA ALL’INGRESSO A GORIZIA


 

A cura di Redazione, del 13 luglio 2015

Fonte: Ufficio Stampa, Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri

 

 

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Durante la Grande Guerra il compito principale attribuito agli uomini dell’Arma fu quello tradizionale di polizia militare. Ma non mancarono le pagine di gloria scritte dai Carabinieri quando furono impegnati nelle operazioni di guerra: come sul Podgora, nel luglio 1915, e nella sesta battaglia dell’Isonzo, che portò alla conquista della città di Gorizia

In un discorso pubblico, nel 1917, Gabriele D’Annunzio tracciò questo profilo dei Carabinieri: «È l’Arma della fedeltà immobile e dell’abnegazione silenziosa; l’Arma che nel folto della battaglia e al di qua della battaglia, nella trincea e nella strada, nella città distrutta e nel camminamento sconvolto, e nel pericolo durevole, dà ogni giorno uguali prove di valore, tanto più gloriosa quanto più avara le è la gloria».

Di gloria si coprirono le brigate Re e Pistoia (11a Divisione) meno di un mese dopo l’inizio della guerra, nel luglio 1915, sul Podgora. La marcia di avvicinamento da Cormons al Podgora era stata particolarmente dura, anche per il caldo soffocante. Le armi, l’equipaggiamento e i viveri erano del tutto inadeguati. Mancavano le borracce per l’acqua, le pinze tagliafili, le maschere antigas, le bombe a mano. Le trincee erano esposte al fuoco nemico, senza protezione. Un’azione disperata, in quelle condizioni. Ma gli uomini reagirono con uno straordinario senso della disciplina. E così fu: subirono perdite enormi, ma senza indietreggiare, fino a quando i Comandi non si resero conto che – senza l’appoggio dell’artiglieria – l’impresa si sarebbe risolta in un suicidio di massa. Soltanto allora fu dato l’ordine della ritirata.    

In queste azioni venne impiegato il Reggimento Carabinieri, la cui costituzione era stata prevista in caso di mobilitazione fin dal 1905, e che si era effettivamente formato nell’imminenza del conflitto con nove compagnie, fornite dalla Legione Allievi e dalle Legioni di Firenze, Ancona, Napoli, Bari e Palermo. La forza complessiva era di 65 ufficiali e di 2.500 sottufficiali e uomini di truppa, al comando del colonnello Antonio Vannugli. Inizialmente addetto al servizio di sicurezza e di difesa del Comando Supremo, il Reggimento era stato assegnato in luglio al comando del VI Corpo d’Armata e due Battaglioni (30 ufficiali e 1.399 carabinieri) erano stati schierati nelle trincee fronteggianti la quota 240 del Podgora, dove avevano iniziato i lavori di fortificazione e di collegamento fra le linee. La posizione era divisa in due settori, con un fronte complessivo di 400 metri, base di partenza per l’assalto alla quota 240. L’ordine d’attacco (alla baionetta, senza sparare un colpo) venne dato la mattina del 18 luglio, previa breve preparazione con tiri d’artiglieria per aprire varchi fra i reticolati austriaci: alle ore 11 precise, il colonnello Vannugli dette l’ordine di assalto. Al successivo comando “alla baionetta”, l’8^ Compagnia, al comando del capitano Giuseppe Vallaro, balzò immediatamente dalla trincea. A 30 metri circa seguiva la 7^, al comando del capitano Eugenio Losco, seguita, a sua volta, pure a circa 30 metri, dalla 9^, guidata dal capitano Carlo Lazari. Lo slancio dei reparti portò alla conquista di qualche palmo di terreno, ma l’ultimo, sia pur breve tratto sotto le trincee austriache, si ergeva ripido e scosceso come una muraglia, difeso da più ordini di reticolati, contro cui scarsa efficacia avevano avuto il fuoco dell’artiglieria e il brillamento dei tubi di gelatina. Dopo quattro ore di combattimenti, venne perciò dato l’ordine di fermarsi e di consolidarsi sulle posizioni raggiunte, in modo da respingere un eventuale contrattacco nemico. Entro questa cornice, l’azione del Reggimento Carabinieri non si distingueva da quella di tutte le altre unità dell’esercito, mandate a infrangersi contro gli sbarramenti difensivi nemici. I costi umani altissimi (53 morti, 10 dispersi, 143 feriti), gli encomi ufficiali («I carabinieri stettero saldi e impavidi sotto la tempesta di piombo e di ferro che imperversava da ogni parte», scrisse il comandante della brigata Pistoia, sotto la cui direzione si sviluppò l’assalto a quota 240), i riconoscimenti al merito di guerra (9 medaglie d’argento, 33 di bronzo e 13 croci al valor militare) erano gli stessi che avrebbero caratterizzato la vita dei reparti nei momenti più drammatici del conflitto.

Nel novembre 1915, il generale Luigi Capello scrisse: «Non voglio che resti ignota a nessuno dei loro compagni di battaglia e di fede l’assidua opera, non meno meritoria perché modesta, con la quale i Carabinieri Reali del Corpo d’Armata cooperarono al raggiungimento degli scopi comuni. Nell’adempimento delle loro complesse mansioni, nella diuturna azione da essi svolta, oscura e talvolta ingrata, la quale ben spesso è sacrificio che rimane ignorato, non sogno di gloria li guidava, ma la rettitudine di cui è foggiata la loro coscienza, l’alto sentimento del dovere che fa loro compiere con semplicità gli atti più eroici, la fedeltà nelle istituzioni che è dote non mai smentita delle tradizioni della loro Arma».


POLIZIA MILITARE. L’elemento più significativo della partecipazione dell’Arma alla guerra non fu però il coinvolgimento nei combattimenti (limitato all’estate del 1915 e a una percentuale modesta degli uomini mobilitati, e all’agosto 1916, nell’azione che condusse alla conquista di Gorizia), ma il servizio di polizia militare. Per questo compito, vennero costituiti 257 plotoni autonomi e 168 sezioni, con un totale di 500 ufficiali e 19.816 sottufficiali e uomini di truppa; nel 1917 i ranghi vennero integrati con una parte dei 18mila carabinieri ausiliari, con vincolo di ferma fino a sei mesi dopo la conclusione della pace, assunti in servizio in seguito ai Regi Decreti del 25 febbraio e del 2 dicembre.

«Le mansioni», spiega Gianni Oliva (nella sua Storia dei Carabinieri), «erano quelle tradizionali, già espletate in occasione delle guerre risorgimentali e coloniali: vigilare sulle persone sospette di esercitare lo spionaggio, custodire e tradurre i detenuti, gli arrestati e i prigionieri, far raggiungere i rispettivi corpi ai militari sbandati o isolati, far osservare ai militari le leggi, i regolamenti e le prescrizioni emanati dai comandanti, raccogliere informazioni utili alle operazioni, perlustrare nell’interno e nelle adiacenze degli accantonamenti e dei campi». Oliva osserva che «se nel corso del Risorgimento, quando i reparti erano costituiti da soldati a ferma lunga e le campagne si esaurivano in pochi mesi, il servizio di polizia militare era stato di relativo impegno, in ben altro contesto esso si sviluppava nella Grande Guerra, in mezzo a cinque milioni di combattenti costretti per tre anni e mezzo alla vita di trincea. Il problema non era tecnico, ma squisitamente politico».

Giorgio Rochat (Breve storia dell’esercito italiano dal 1861 al 1943) precisa che «tutte le fonti escludono una partecipazione attiva alla guerra delle masse popolari e civili, il cui atteggiamento è generalmente descritto come di rassegnata passività. La disciplina non poteva perciò essere impostata sulla ricerca di un consenso motivato, ma doveva necessariamente ricorrere alla minaccia e all’impiego rapido e deciso della repressione violenta contro ogni accenno di fuga o di rivolta. La scelta della repressione come strumento per l’ottenimento dell’obbedienza era senza alternative; rientrava del resto nella tradizione dell’esercito e fu compiuta dalle autorità politiche e militari con indubbia decisione, lungimiranza e capacità organizzativa. Comune a tutte le forze armate europee mobilitate, questa scelta era complicata in Italia dalla presenza di un Partito socialista di grande peso e prestigio che, unico fra i partiti operai di massa del continente, non aveva aderito alla propaganda patriottica e interventista. Questo comportava una gestione della politica interna e della disciplina militare decisamente più pesante che negli altri stati dell’Europa e una compressione ancora maggiore delle libertà».

Il principio base di tutta l’azione del Comando Supremo in materia di giustizia penale fu, per l’intera durata della guerra, quello (scrivono Enzo Forcella e Alberto Monticone, in un libro di una quarantina di anni fa, Plotone d’esecuzione), di «una giustizia punitiva rapida, severa ed esemplare, sostegno e complemento della disciplina: per realizzare questo ideale si partì dal codice e dalle norme di legge via via emanate negli anni di conflitto, ma si agì con libertà nell’ampio margine offerto dall’applicazione delle norme nella pratica quotidiana». Si trattava, spiega Oliva, «di reprimere i fenomeni di codardia, i tentativi di ammutinamento e di diserzione (per i quali Cadorna aveva scritto che “solo la pena capitale può avere effetto esemplare”), l’automutilazione e l’autolesionismo, i timpani forati con i chiodi, le cecità procurate spalmandosi negli occhi secrezioni blenorragiche, i colpi d’arma da fuoco sparati a bruciapelo nelle mani e nei piedi, le mani mozzate con colpi di vanghetta: ma, soprattutto, tramontata l’illusione di una rapida conclusione del conflitto, si trattava di colpire i reati di opinione, le lettere ai familiari in cui si denunciava la durezza degli scontri, le parole di scoraggiamento, i dubbi sull’efficienza dei comandanti, il semplice sfogo verbale che poteva deprimere il morale dei combattenti».

Le formulazioni del bando di Cadorna del 28 luglio 1915 erano state sufficientemente generiche per assicurare alle autorità militari e giudiziarie ampi margini d’intervento: «Sono punibili tutte le espressioni, anche generiche, di denigrazione delle operazioni di guerra, di disprezzo e di vilipendio per l’esercito, per l’amministrazione e per i corpi militari, oppure oltraggiose per persone appartenenti alla milizia anche non determinate, e altresì la diffusione di notizie per le quali possa essere comunque turbata la tranquillità pubblica o altrimenti danneggiati pubblici interessi».

Fra i compiti dei Carabinieri, nel rispetto delle disposizioni del Regolamento Organico, c’era anche quello di «entrare per primi in una località conquistata», ricorda il generale C.A. Arnaldo Ferrara nella sua Storia documentale dell’Arma dei Carabinieri: «innanzitutto occorreva verificare che non vi fossero appostati dei cecchini avversari, stanarli e procedere all’arresto di personaggi ritenuti pericolosi ai fini dello spionaggio; occorreva porre in salvo la cassa comunale e proteggere le proprietà dei cittadini lasciate incustodite dallo sciacallaggio dilagante; occorreva disporsi immediatamente alla vigilanza di ogni struttura utile militarmente, come ponti, stazioni ferroviarie, aeroporti o centrali idriche ed elettriche; occorreva individuare e recuperare armi e munizioni abbandonate dal nemico; occorreva regolare il traffico sugli stradali e coordinare l’afflusso in prima linea dei reparti, evitando dannosi ingorghi». «Insomma», conclude il generale Ferrara, «esisteva un’invisibile rete che, grazie ai Carabinieri, teneva legate le unità combattenti».

PER PRIMI A GORIZIA. Furono proprio quelle regole a determinare l’ingresso (in prima fila) dei Carabinieri a Gorizia. Racconta ancora il generale Ferrara che l’attacco decisivo per la conquista della città (nella sesta battaglia dell’Isonzo) fu sferrato il giorno 4 agosto 1916, nel settore di Monfalcone, «conquistando munitissime posizioni nemiche, mentre sul fronte del Carso venne raggiunta la munitissima linea di vetta del San Michele e quella del Sabotino. Superato a guado l’Isonzo, dopo un fuoco intenso d’artiglieria, i baluardi a difesa del campo trincerato caddero uno dopo l’altro, finché nel tardo pomeriggio dell’8 un reparto di oltre 100 Carabinieri a piedi penetrò nell’abitato in avanscoperta per segnalare al nostro Comando la situazione all’interno della città. All’alba del giorno dopo un drappello di Carabinieri a cavallo, affiancato da Cavalleggeri, raggiunse la stazione ferroviaria percorrendo il lungo viale alberato antistante. Alle ore 9 i militari dell’Arma comunicarono al Comando del Corpo d’Armata impegnato nell’operazione che Gorizia era interamente sgombrata dagli austriaci e che l’ordine pubblico vi era stato prontamente ristabilito». Nel raccontare quella storica giornata, un autorevole quotidiano (il Giornale d’Italia) scrisse: «Dall’insieme risulta che l’Arma dei Reali Carabinieri ha, come sempre, validamente contribuito alle operazioni militari, disimpegnando il proprio compito con quello zelo e quella abnegazione che ne sono sempre state le maggiori caratteristiche».

 

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