LE DONNE E L'ATTESA


La difficile condizione dell’“aspettativa”, vissuta dalle famiglie dei militari in missione fuori area. La psicoterapeuta spiega quali sono le conseguenze e come affrontarle, per garantire la serenità familiare anche in situazioni così complesse

 

Di Flavia Donadoni                                                                                                              28.03.2014

 

 

Attesa, accoglienza, recettività, sensibilità, passività, buio… qualità femminili, che descrivono l’universo del femminile, non necessariamente inteso come genere ma come le qualità femminili e maschili che ognuno porta dentro di sé.

Le donne conoscono l’attesa. Da ragazzine attendono lo sviluppo, poi il ciclo ogni mese, un bambino per nove mesi, la menopausa… in tempi non lontani attendevano di essere chieste in moglie, il permesso di dire la loro, di esprimersi (anche se in alcune civiltà la condizione femminile permane nell’inferno di privazioni e violenze). Le donne sono quelle che restano con l’abat-jour acceso e un occhio al cellulare, fino a che i figli non sono rientrati in casa, e con il cuore sospeso fino a che i mariti non sono tornati dal fronte.

Storia di ieri, di oggi, di tutti i tempi e paesi, gli uomini vanno via, per doveri professionali, e le donne restano in attesa. Qualche volta (ormai sempre più frequente) può accadere il contrario, il marito attende il rientro della moglie militare, ma la dinamica è la stessa, notti insonni, lontananza, rabbia per non essere accanto a lei quando qualche difficoltà le spegne il sorriso... 

 

 

Una missione per due

 

In questo articolo, concentreremo l’attenzione sulle “compagne”, mogli, fidanzate, ma anche mamme, che attendono che il loro uomo torni da una missione in paesi lontani, dove c’è guerra.

La situazione può presentare aspetti decisamente difficili da gestire soprattutto se a trovarsi nell’attesa sono donne che hanno anche il carico della famiglia, che resta sulle loro spalle. La separazione, oltre a sollecitare vissuti emotivi intensi, comporta un sovraccarico di lavoro quotidiano e di responsabilità familiari che spesso la donna si trova a gestire letteralmente da sola. Le famiglie dei militari vivono il più delle volte in trasferta e la donna affronta l’attesa in una città che non è la sua, lontana dagli abituali punti di riferimento e dalla propria rete affettiva. 

<<Anche avere un’influenza o un mal di schiena diventa un lusso e un evento che mi getta nel panico>> racconta Elisa, giovane moglie di un militare in missione, rimasta sola con due bambini piccoli in una città per lei ancora nuova.

<<So che posso contare su qualcuno per le emergenze, quelle con la “E”, ma la vita quotidiana è fatta di tante “piccole” emergenze che necessiterebbero comunque di sostegno e di qualcuno che mi dia il cambio - continua - un mal di denti improvviso, la febbre di uno dei due bambini che mi rende difficile lasciare solo l’altro, anche solo per andarlo a prendere a scuola; uno dei bambini che ha un momento difficile e avrebbe bisogno di avere la mamma tutta per sé… e anche, diciamolo, quei momenti in cui mi sento triste e sola e avrei bisogno di fare qualcosa per me, per ricaricare le pile, ma mi sento troppo in colpa a lasciare i bambini da soli… già il papà è lontano… e poi, dove potrei andare?>>. Sono tante le testimonianze simili a quelle di Elisa, donne che in uno spazio terapeutico, magari in un gruppo, si lasciano andare a condividere il loro vissuto e a cercare un sostegno nelle compagne di viaggio.

 

 

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Una tipica abitazione di Fort Benning, Georgia, USA. Un cartello fa cornice al rientro a casa del genitore impegnato in una missione in Afghanistan (Foto F. Salerno)

 

 

Come gestire la situazione

Un buon programma per gestire la situazione è caratterizzato dalle fasi: sentire, condividere, gestire, agire.

Sentire

Ascoltare i propri vissuti, le proprie emozioni. Cosa c’è dietro lo stomaco chiuso, la difficoltà a mangiare, o al contrario, la ricerca di cibo? L’insonnia, la voce sempre tesa, o quei pensieri malinconici apparentemente immotivati? Prendere un momento per sé, per ascoltare le proprie emozioni invece di mandarle giù e lasciarle dentro, è fondamentale per mantenere un equilibrio e non implodere. Prendersi anche il tempo di piangere, se è quello che c’è nel cuore. L’acqua, e quindi anche le lacrime, ha il grande potere di portare via tossine e amarezze e alleggerire il cuore.

Condividere

Trovare poi uno spazio in cui poter condividere i propri vissuti, in modo diretto parlando di sé, ma anche semplicemente passando del tempo con persone da cui ci si sente comprese, anche facendo altro. Praticare un hobby con altri può essere un primo passo. Nonostante ci sia poco tempo e tanto da fare, è il momento giusto per individuare quali possono esser i propri passatempi abituali, le proprie passioni e coltivarne almeno una. Potrebbe essere qualcosa di cui beneficia poi tutta la famiglia, tipo il taglio e cucito o il pane fatto in casa, o qualcosa di esterno, che ricade comunque positivamente su tutti, come la pratica del giardinaggio o decorare la casa di colorate piante fiorite, perché è meglio vedere la mamma per meno tempo, ma vederla serena e sorridente. Cercare, insomma, una rete di sostegno e di condivisione, sia essa un gruppo di auto mutuo aiuto, un gruppo terapeutico, un laboratorio creativo, oppure frequentare delle amiche o coltivare un hobby. Quel tempo speso per sé, per ricaricare le pile, è tempo speso bene, prezioso, perché torna indietro amplificato in termini di qualità della vita. Aiuta le donne a ritrovare se stesse, a scaricare le tensioni, a focalizzare, prima ancora di esprimerli, i propri vissuti.

Anticamente le donne si ritrovavano insieme istintivamente, per darsi una mano a vicenda, per passare le consegne dalle anziane alle giovani. Proprio queste ultime rappresentavano la forza vitale a cui le anziane potevano appoggiarsi, ma le giovani imparavano, nello scambio, tutta la saggezza e la utilizzavano nella loro vita. “Se ce l’ha fatta lei, posso farlo anche io”. Le esperienze di altre donne diventano così un insegnamento prezioso. Ancora esistono poche fortunate realtà in cui la vita di comunità è molto forte e presente, in cui una mamma va a scuola a prendere altri bambini oltre i suoi, cucina qualcosa in più e lo condivide con gli amici, in modo naturale prima di andare a fare la spesa chiede alla vicina se le occorre qualcosa. In altre, molte città, piccole o grandi che siano, non esiste più questa cultura dello scambio, del mutuo aiuto. Bisogna pagare qualcuno per avere un supporto, e questo non è accessibile per tutte le famiglie e vi si può ricorrere solo in casi di estrema necessità.

Gestire

 

Una volta alleggerite nella condivisione, resta fondamentale imparare a convivere con le proprie emozioni e a gestirle. Per fa questo, possono essere utili delle tecniche psicocorporee, yoga, pilates, la respirazione consapevole. Le emozioni passano per il corpo e attraverso di esso, possono essere gestite. Imparare a respirare può essere, ad esempio, un primo obiettivo. Diventare consapevoli di quando l’emozione incalza e rischia di travolgere, di quando si sta per arrivare “al punto di non ritorno” è fondamentale per fermarsi al momento giusto, e trovare un modo di scaricare la tensione, lo stress e tranquillizzarsi.

Agire

L’altra strategia, in un certo senso collegata, è proprio attivarsi, attivare quelle qualità maschili dentro di sé che sostengono quelle femminili: agire, fare, andare. Dopo averle ascoltate ed espresse, mettere un freno alle emozioni che altrimenti diventano fagocitanti e invalidanti. Avere una giornata impegnata, distrarsi, tenersi occupate. <<E poi, quelle telefonate che non arrivano, la linea che cade dopo rumori di allarmi o botti, il pensiero costante a cosa starà facendo e se lo rivedrò sano e salvo, perfino quei brutti pensieri… di non volermi ritrovare mai come la moglie di quel collega morto l’anno scorso o dell’altra che è vicina al marito privato dell’uso delle gambe da quell’attentato…>>. Cosa fare nei momenti di sconforto? Quando passa la gioia della solita telefonata e lui è irrintracciabile, o quando si avverte dal suo “non detto” che c’è qualcosa che non va, e la fantasia galoppa verso i finali più drammatici? Anticamente le donne rimaste a casa si riunivano per pregare. Pregavano, da sole o insieme, e questo rappresentava un modo di affidare le persone amate a un destino più ampio. Si connettevano a un senso più profondo della vita, che trascendeva la realtà del momento e ridava loro una sensazione di fiducia. Qualunque sia l’orientamento religioso, rivolgere pensieri amorevoli e fiduciosi verso la situazione in cui si trova il proprio amato può fare bene e aiutare a rasserenare. Cantare, meditare, scrivere, suonare, ballare, disegnare… esercitare una qualunque arte o attività che aiuti l’espressione profonda di quanto si muove dentro di sé può dare sollievo rispetto all’ansia e recuperare una centralità.

Come comportarsi con il partner lontano

Vorrebbe raccontare tutto, ma poi quando sente la sua voce così lontana, con i suoni della sua vita in missione in sottofondo, si rende conto che una parte di lui resterebbe comunque distante, che sarebbe inutile sovraccaricarlo con le loro piccole preoccupazioni quotidiane. E allora è meglio godersi quel momento insieme per parlare di qualcosa di bello, per scambiarsi amore, per fare dei progetti per quando tornerà… la vacanza insieme, il compleanno del bambino, la macchina nuova. Dopo queste telefonate può capitare di sentirsi più sole di prima, con la tristezza di non poter condividere con il proprio compagno quello che sarebbe naturale, ma poi la consapevolezza di avergli regalato qualche momento sereno pensando al “nido” lontano ripaga di tutto e rimette in contatto con la parte amorevole della relazione piuttosto che con la mancanza.

E lui? Cosa può raccontare lui, alla sua compagna lontana, che tutto vorrebbe sapere, anche quello che sarebbe meglio che non sapesse? E’ meglio raccontare, nei limiti di ciò che è possibile, quel che è la vita in missione, piuttosto che nascondere tutto e lasciare che lei si trasformi in un investigatore angosciato a caccia di notizie in rete, esponendosi a una tensione maggiore, notizie non fondate, supposizioni e allarmismi.

 

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Gestire la comunicazione con i figli (Foto web)

 

Come comportarsi con i bambini

Passiamo all’altro universo coinvolto, quello dei bambini. Come guardano alle cose i più piccoli e come comportarsi con loro? Non fingere ma neanche prenderli come confessori e confidenti. La condivisione “leggera” del proprio vissuto al bambino, serve a dare un senso di coerenza. Se il bambino vede la mamma triste, e dentro di lui lo sa che è triste, è inutile negarlo. Questo servirebbe solo a confondere le idee sulle proprie emozioni e a fargli perdere fiducia nel proprio sentire. <<Sì, la mamma è triste perché gli manca il papà. Però sono anche contenta perché tornerà da noi e lo potremo riabbracciare presto>>. È una buona condivisione. Il bambino si sentirà sollevato nel comprendere che il papà manca anche alla mamma e che può condividere con lei i suoi sentimenti. E’ come aprire una porta a un livello di condivisione più profondo. Dannoso sarebbe sovraccaricarlo con confidenze non adeguate alla sua età e al suo ruolo. Gli americani in tal senso insegnano molto: coinvolgono tutta la famiglia nell’organizzazione dei festeggiamenti per il rientro del proprio caro, abbellendo la casa anche all’esterno con palloncini, striscioni e disegni. <<E quelle domande dei bambini che a volte ti vanno a girare il coltello nella piaga?! Quando torna, papà? Ma rischia di morire? Perché non telefona da due giorni?>> Loro esprimono la loro curiosità, ma soprattutto le loro paure, ed è fondamentale che lo facciano senza censure. Quanto più la madre è in contatto con le proprie emozioni e le ha elaborate, tanto più riesce ad accogliere quelle del bambino. Due madri mi hanno chiesto una consulenza per i figli, e la loro reazione di fronte alla mia richiesta di incontrare anche il padre del bambino è stata molto diversa: <<Dottoressa, però non mi chieda di far venire anche mio marito, è impossibile!>>. Avevo già immaginato qualcosa d’irreparabile che impediva la presenza del padre. Ben diverso dal tranquillo: <<Mio marito verrà appena torna dalla missione, intanto gli sto raccontando qualcosa via Skype>> dell’altra madre, che continuava a essere in contatto dentro di sé con il marito lontano. Le due donne, entrambe madri temporaneamente sole con un marito in missione, mi hanno chiesto una consulenza per essere aiutate a gestire un momento difficile dei figli. Pur vivendo due situazioni simili, la loro percezione soggettiva della lontananza del marito è molto diversa. La percezione dell’assenza può essere tale da travalicare i sei mesi dell’attesa, ed essere vissuta come un vuoto incolmabile, senza tempo. Questa percezione è chiaramente angosciante per la donna, ma anche e soprattutto se arriva al bambino.

Licenza sì o licenza no?

E il papà lontano? Come può comportarsi con il suo bimbo che non vede da mesi? <<Mio marito ha deciso di non tornare a casa in licenza, sarebbero pochi giorni e teme di destabilizzare ancora di più il bambino, che è già così arrabbiato per la sua assenza e non vuole neanche vederlo via Skype o sentirlo al telefono>>. La rabbia e il dispiacere dei bambini vanno accolti e contenuti. Il bambino arrabbiato o spaventato sta solo esprimendo il suo vissuto nell’unico modo che conosce. E’ importante che l’adulto dimostri al bambino che non è spaventato o preoccupato per la sua rabbia, e che resti comunque presente e attivo nella relazione con il piccolo. Il padre è comunque presente nei pensieri del bambino e rivederlo, anche se per pochi giorni, gli conferma che il padre c’è ancora e che, appena gli è possibile, è felice di trascorrere qualche giorno con il proprio figlio. Per quanto doloroso possa essere il nuovo distacco, il bambino ha comunque le risorse per viverlo, se è sostenuto dai genitori e rinfrancato dal tempo trascorso con il padre.

Come cambia il sistema familiare

Il sistema famiglia cambia ogni volta che un suo elemento si sposta, nel caso si aggiunge o viene meno uno. Può cambiare in positivo o negativo, ma sicuramente si sbilancia e sarà più faticoso per chi resta trovare un nuovo equilibrio. <<Mio marito ha sempre rappresentato il rispetto delle regole per mio figlio, mentre io potevo permettermi di chiudere un occhio ed essere quella “buona”. Adesso che lui non c’è e mio figlio ha 15 anni, sono costretta a cambiare il mio ruolo, e questo mi sta costando una enorme fatica>>. La fatica non è quindi solo quella fisica, materiale, nel portare avanti il carico della famiglia, ma anche quella psicologica di dover prendere da sola delle decisioni, da quelle piccole del quotidiano ad altre più importanti. <<Mia figlia vuole andare al pigiama party e dormire a casa delle sue amiche. Io la farei andare, ma so già che il padre non sarebbe d’accordo, e non so cosa fare, non me la sento di decidere da sola>>. L’assente prende un posto ancora più importante nella famiglia che resta a casa, la cui vita comincia a ruotare intorno all’attesa dei contatti, delle telefonate, dei mesi che passano o lo riporteranno indietro.

Quando è il caso di rivolgersi a un professionista (psicologo o psicoterapeuta)

Quando le emozioni diventano ingestibili, quando ci si rende conto che si ha un calo dell’umore o si vive uno stress costante, prevalgono vissuti di angoscia e sembra di non riuscire ad uscirne, è il caso di rivolgersi a un professionista. In una situazione in cui sembra che non ci siano alternative, un colloquio con un professionista può aiutare a individuare le risorse inutilizzate, oltre a rappresentare un fondamentale momento di riconnessione e contatto con le proprie emozioni altrimenti inascoltate. Il lavoro psicologico aiuta molto, tanto più, se i vissuti nascono dalla propria storia personale e sono solo amplificati dalla realtà. In altre parole, se il vissuto di abbandono o l’angoscia di morte legata alla missione del proprio uomo diventa troppo intenso, potrebbe avere le sue radici in un vissuto antico e quindi solo riemergere nella situazione attuale. Diventa quindi fondamentale prenderne coscienza e sciogliere quel nodo per poter guardare al presente con una maggiore serenità e lucidità.

 

 

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Flavia Donadoni è psicologa e psicoterapeuta, lavora con singoli, coppie e famiglie. Ha una lunga esperienza professionale nel sostegno terapeutico delle donne, per il superamento di fasi del ciclo vitale e disagi relazionali. Nel suo approccio terapeutico ha approfondito l’utilizzo e l’integrazione di varie tecniche, tra cui quelle psicocorporee. 

E curatrice di vari progetti dedicati alle donne, e autrice di articoli e approfondimenti su riviste specializzate. Per informazioni: www.flaviadonadoni.it - flavia.donadoni@gmail.com

 

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